Progetto fotografico su Polaroid

Progetto fotografico su Polaroid

Da tempo l’idea di realizzare un progetto fotografico tramite l’utilizzo di Polaroid mi girava per la testa ma, per un motivo o per l’altro, la sua realizzazione non è stata immediata.
Volevo trovare un tema che giustificasse l’utilizzo di questo supporto spesso maltrattato: la stampa immediata (ormai costosissima) doveva ritrarre delle storie indelebili nella mente dei soggetti fotografati.

CORNICE

È da queste premesse che ho iniziato il percorso; parlando, conoscendo e intervistando persone che abbiano vissuto in modo intimo un determinato territorio. Ho riempito pagine di appunti avendo sempre più chiara l’idea di come sarebbe dovuto diventare il progetto una volta ultimato: una serie di tre trittici.

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Ma come poter ritrarre i luoghi narrati sovrapponendo i ricordi senza l’utilizzo del negativo o del digitale? Ho così deciso di far contaminare la fotografia con illustrazioni semplici ma dirette lasciando, nella prima Polaroid, il solo narratore in un angolo della propria abitazione.

La relazione fra presente e passato, fra territorio e vita.
La spropositata frenesia della vita, una quotidianità composta da numeri e contatti a distanza, la sempre più frequente ricerca del frivolo fanno
aumentare notevolmente l’importanza della lentezza, intesa come scoperta e ricerca, non come “perdita di tempo”.
Davanti ad un monitor possiamo sapere dove abita una persona, chi frequenta e i cibi che mangia; possiamo conoscere quasi tutto tranne, paradossalmente,
la persona.
L’idea del progetto si sviluppa partendo da una frase tratta da “La camera chiara” di Barthes che, riferendosi ad una fotografia del fratello di Napoleone,
osserva: “sto vedendo gli occhi che hanno visto l’Imperatore”.
Per descrivere il territorio ho trovato di fondamentale importanza conoscere alcune persone anziane che lo abitano da una vita. L’intervista è
avvenuta in modo libero, tanta era la voglia (alle volte celata) di narrare il proprio punto di vista e fotogrammi indelebili della propria esistenza.
E così ho conosciuto Arrigo, classe 19xx, che abita nella stessa casa da 80 anni. Quella finestra è stata mitragliata dai nazisti quando lui era
ancora un bambino. Di fronte ad essa c’era un carro pieno di munizioni sostenuto da due cavalli. Quell’olmo, a lui ed alla comunità tanto caro, è
stato abbattuto dal nuovo parroco negli anni ‘60.
Giuseppe, classe 1924, ex prigioniero di guerra e scappato a piedi per non essere deportato in Germania. Lavoratore e carrettiere nei campi, salvaguardati
dalle piene dell’Adige da alcuni arginelli artigianali. Ancora emozionato mi ha raccontato di come il padre ha salvato e aiutato 3 partigiani
che erano rifugiati in una casetta lungo il fiume. Uno di questi era Bissoli, nome di battaglia “il Corean”.
Giuseppina, classe 1928, poco più che bambina durante il conflitto mondiale. Indelebile il ricordo dei rifugi che si costruiva scavando una buca e
coprendola di rami. Il marito ha contribuito in modo fondamentale per dare ai paesi adiacenti una rete idrica scavando in prima persona i canali;
un gran lavoratore, dice, che con l’aiuto del cavallo e di una barca trasportava lungo l’argine la ghiaia estratta dal fiume.
9 Polaroid a colori (3 per ogni persona) contaminate da alcune illustrazioni raffiguranti i ricordi.

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